Il Messaggio della Santa Casa

LA PAROLA DELL'ARCIVESCOVO La vedova importuna

S.E. Mons. Giovanni Tonucci

Non  so  proprio  se  sia  giusto  dare  questo epiteto alla donna di cui parliamo ora. Vedremo e giudicheremo. Ancora una volta, incontriamo una donna che Gesù presenta come esempio  in  una  delle  sue  parabole.  Ma  anche  se la  storia  non  si  riferisce  a  una  persona  precisa,  i fatti riferiti sono molto verosimili e riflettono circostanze che si ripetono continuamente, dai tempi di Gesù fino ai nostri giorni. Ad essere corretti, dobbiamo riconoscere che oggi tutto è organizzato meglio, con regole precise e persone responsabili dotate di tanta provata competenza. Non possiamo però dire che tutto funzioni e che la giustizia sia sempre amministrata presto e bene.
Veniamo alla nostra parabola (Lc 18,1-8), nella quale il Signore introduce la figura di un giudice “che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno”. Gesù non dice che il giudice fosse corrotto e accettasse, per esempio, denaro o favori per aggiustare le sue sentenze. Il fatto però che quest’uomo non avesse rispetto per Dio e per la sua legge non ci fa sperare molto. E il non avere riguardo per nessuno fa pensare ad una persona che si interessa soltanto di se stessa. Di  fronte  al  giudice,  ecco  la  donna:  descritta come vedova, e quindi priva di ogni sostegno umano, che ha una vertenza con un avversario. Nessun particolare è fornito a questo proposito, ma possiamo capire che la vedova è nel suo diritto e deve essere difesa contro qualcuno che vuole approfittare del suo stato di abbandono, per trarne qualche vantaggio. Vuole forse impossessarsi della casa in cui la donna vive, o diventare padrone dell’orticello che la donna coltiva e da cui ricava la sua sopravvivenza? Non lo sappiamo, ma sappiamo per certo che cose di  questo  genere  capitavano  spesso.  Per  questo  la vedova, rimasta sola, cerca la protezione della giustizia, che però il giudice tarda a concedere. Dal suo comportamento, capiamo che lei non aveva paura del giudizio, perché sapeva con certezza che aveva ragione e che, contro di lei, il suo avversario stava complottando qualcosa di illegale. Il problema nasce soltanto per la colpa del giudice, che, senza nessuna ragione plausibile, rimanda la sentenza e quindi lascia tutto in sospeso. Di  fronte  a  questo  atteggiamento  passivo,  la vedova non si arrende, e insiste presentandosi continuamente al giudice, importunandolo e chiedendogli  di  fare  giustizia.  Visto  che  questa  è  la situazione, possiamo davvero chiamare la donna con l’epiteto poco gentile di importuna? Forse sarebbe meglio definirla insistente, o ricordare che era affamata di giustizia, applicando a lei una delle Beatitudini.
Ad ogni modo, la sua pertinacia le ha guadagnato il successo, perché il giudice, coerente fino alla fine con il suo modo di essere, si è convinto a farle giustizia e a riconoscere le sue buone ragioni. Non per onestà professionale e per senso del dovere, ma soltanto perché si è stancato di essere disturbato in continuazione. 
Gesù  ha  raccontato  la  parabola  per  trasmetterci  un  messaggio  importante:  se  persino un giudice disonesto si è lasciato convincere dall’insistenza di questa  donna,  quanto  più  Dio, che  ci  ama  e  vuole  il  nostro bene, sarà pronto ad ascoltare le nostre invocazioni e a compiere quei gesti di giustizia che gli chiediamo. La vedova della parabola diventa così un personaggio esemplare che ci impersona tutti: per ciascuno di noi essa è un modello da  imitare,  e  ci  mostra  un  atteggiamento vincente che dobbiamo interpretare anche noi nel nostro rapporto con Dio. Come Gesù fa notare,  la  situazione  è  molto  diversa, perché parliamo non di un giudice  svogliato  e  corrotto,  ma di  Dio  Padre,  che  ci  ama  perché siamo suoi figli. Se il giudice  ha fatto  aspettare  la  vedova,  Dio non  vuole  fare  lo  stesso  con  i suoi eletti: “Vi dico che farà loro giustizia prontamente”. Pensiamo alla lezione che la donna della parabola ci trasmette.  Senza  dubbio  possiamo  ricordare il suo senso di giustizia. Chiedeva una cosa giusta, e anche noi non possiamo chiedere a Dio di aiutarci in quello che non meritiamo e che non abbiamo diritto di ottenere. Ma chiedeva anche con insistenza. Abbiamo detto  prima  che  forse  non  era corretto definire la vedova come importuna. Ma quando si tratta di invocare Dio per una grazia, ebbene allora penso proprio che sia giusto che noi siamo verso di lui così insistenti al punto di essere - noi sì - importuni.