Il Messaggio della Santa Casa

EDITORIALE Dal “Colle dell’Infinito” alla “Casa dell’Infinito”

p. Giuseppe Santarelli

Un filo d’oro lega Recanati a Loreto perché, secondo la tradizione, la Santa Casa di Nazareth il 10 dicembre 1294 è stata trasportata nel territorio dell’antico comune medievale di Recanati, prima presso il suo porto, in una località detta “Selva del Laureto” per le piantagioni di lauri (oggi Banderuola), e poi sul colle attuale. 
Loreto, quale centro demico, non esisteva. È stato generato dal suo santuario, finalizzato all’accoglienza dei pellegrini. È stato osservato che la Vergine si è scelta uno splendido colle per collocarvi la sua Casa nazaretana, perché di lì si gode un vasto e luminoso panorama, il quale spazia dai monti al mare, lungo la fuga di verdi colline, attraverso valli ubertose. È il paesaggio cantato con empito lirico da Giacomo Leopardi. 
Nelle Ricordanze egli scrive: “Che dolci sogni mi spirò la vista / di quel lontano mar, quei monti azzurri /che di qua scopro”; nel Passero solitario canta: “Ed erra l’armonia per questa valle. / Primavera d’intorno / brilla nell’aria e per li campi esulta”; nel canto A Silviaconfessa: “Mirava il ciel sereno, / le vie dorate e gli orti / e quindi il mar da lunge, e quindi il monte. Lingua mortal non dice /quel ch’io sentiva in seno”; e ancora nella Vita solitaria esclama: “Che lieti colli e spaziosi campi / m’aprì la vista”. 
Il poeta ha cantato anche un colle situato vicino al suo palazzo, detto poi dell’Infinito, con una breve ma intensissima lirica, universalmente ammirata e imparata a memoria da generazioni di scolari, i quali lo visitano nelle numerose gite, che comprendono quasi sempre una sosta nel vicino santuario della Santa Casa. In tal modo, si verifica un  passaggio  dal  “Colle  dell’infinito”  alla  “Casa dell’Infinito”: lì il poeta ha cantato con versi alati l’infinito cosmico, in dimensione più filosofica che religiosa; qui invece si fa memoria ogni giorno, in dimensione teologica, del mistero dell’Infinito che si fa uomo nel grembo della Vergine per la salvezza dell’umanità. Si potrebbe commentare un tale raccordo con questi versi, per navigare sempre sull’onda poetica: “Su di un colle il poeta ha sognato  /  l’infinito,  con  cruccio  segreto;  / e su un colle vicino, a Loreto, / l’Infinito il suo tetto posò”.
Non è che il Leopardi non abbia avuto qualche palpito di fede o qualche devota vibrazione d’animo verso la Madonna. È sua, infatti, questa trepida invocazione alla Vergine, che si configura come la bozza del tema di una lirica da comporre insieme con altri inni sacri, sull’esempio del Manzoni. Ecco il testo, breve ma toccante: “A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali son brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu, che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie”. Giovanni Getto, fine critico letterario del secolo XX, così commentava questo scritto: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tale da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione”.
Questa invocazione collega in qualche modo il poeta del “Colle dell’infinito” con la “Casa dell’Infinito” che da giovanetto che da giovanetto ha visitato più volte insieme con il genitore Monaldo.